Le Sirene n.3 - Approfondimento
maggio 2014

INTERVISTA A JENNIFER E FRANCESCA SULL’ ESPERIENZA NEL CLUB DI SAINT LOUIS

Il modello Clubhouse portato avanti da Progetto Itaca può essere valido in tutto il mondo: questa la conclusione a cui sono giunte Jennifer e Francesca che sono andate negli Stati Uniti nell’ottobre 2013, visitando una Clubhouse statunitense. Jennifer: Abbiamo trascorso tre settimane a Saint Louis, due di formazione in una Clubhouse e una in cui abbiamo partecipato al 17° Seminario Internazionale delle Clubhouse nel mondo. Francesca: Sono stata contenta di andare a Saint Louis, perché mi interessava entrare nella cultura di provincia. Qui i Soci non sono abituati al turismo, quindi la persona che arriva è proprio un ospite, ti curano molto, sono calorosi e cordiali. Enrico: Cos’è una Clubhouse? Jennifer: Le Clubhouse sono centri che promuovono una visione innovativa della malattia mentale con l’obiettivo di valorizzare le risorse e le capacità di persone colpite da disturbo psichico, investendo sulla loro parte sana. Le persone sono accolte in qualità di Soci e collaborano al buon funzionamento del Club attraverso il proprio lavoro nelle Unit.
Enrico: Cosa sono le Unit e come è organizzato il lavoro al loro interno? Francesca: Il Club è diviso in tre piani, ogni piano corrisponde ad una Unit: quella di segreteria, dove ci si occupa di attività di ufficio; quella delle attività sociali (come cucina, bar, ristorante) e quella dove si trovano palestra, biblioteca e studio televisivo a circuito chiuso. Jennifer: Nelle Unit i Soci e lo Staff lavorano “fianco a fianco”: questo è uno dei concetti basilari nel modello Clubhouse. Metodo che favorisce lo scambio, stimola al confronto, richiede il rispetto reciproco e permette di sviluppare relazioni stabili, contribuendo così alla costruzione del senso di appartenenza e di inclusione. Enrico: Chi sceglie in quale Unit lavorare? Francesca: Ogni Socio sceglie la Unit in cui lavorare e l’attività da svolgere. Il lavoro può durare anche tre minuti, come raccogliere le tazze dai tavoli. Così la partecipazione è misurata su quanto si riesce e si vuole dare in quel momento. Enrico: Il lavoro svolto nelle Unit prepara a quello esterno? Jennifer: Non necessariamente, il lavoro nelle Unit è considerato un generico allenamento alla concentrazione, a ritrovare fiducia nelle proprie risorse e nella capacità di portare a termine un impegno preso. In America hanno il progetto di lavoro “Transitional Employment”. Si tratta di accordi che le Clubhouse hanno con i datori di lavoro, i quali assumono il socio per periodi di 6 o 9 mesi con formule di contratto che noi in Italia non abbiamo. I soci fanno così esperienze varie di lavoro, con l’obiettivo di ricostruire la propria autostima e allenarsi ad un buon ritmo di vita che aiuti a sopportare lo stress. Nel migliore dei casi, lo scopo è quello di trovare il proprio lavoro “vocazionale”.
“MOLTI SOCI HANNO RACCONTATO LA PROPRIA STORIA PERSONALE, A VOLTE MOLTO DOLOROSA, TANTO DA FARMI COMMUOVERE E PIANGERE, MA OGNUNO DI LORO, DICO LETTERALMENTE OGNUNO DI LORO PORTA UN MESSAGGIO DI SPERANZA ANCORA PIÙ GRANDE DEL DOLORE CHE HANNO PROVATO NELLA VITA, E QUEL MESSAGGIO È CHE CIASCUNO CE L’HA FATTA A RIPRENDERE IN QUALCHE MODO LA PROPRIA VITA E A RICEVERE AMORE E SOSTEGNO DALLA COMUNITÀ DELLA PROPRIA CLUBHOUSE”.
Enrico: In Italia l’“Inserimento socioterapeutico” previsto dal servizio pubblico, è paragonabile ai “Transitional Employment”? Francesca: No, i “Transitional Employment” prevedono un vero stipendio mentre da noi è previsto solo un gettone di presenza. Poi lo staff copre eventuali assenze di soci garantendo la continuità lavorativa al datore di lavoro.
Enrico: Le Clubhouse si occupano solo di lavoro? Jennifer: Il lavoro e le relazioni sono al centro delle attività del Club, e non tralasciano gli altri aspetti che contribuiscono a garantire la dovuta dignità ad ogni persona. L’istruzione, la socializzazione, l’autonomia abitativa e il benessere della persona sono considerati ambiti in cui investire per migliorare la qualità della vita. Francesca: Negli Stati Uniti le Clubhouse intervengono in un ambito molto più ampio di quanto avvenga in Italia, dove alcuni settori sono in parte già coperti dai servizi che il Sistema Sanitario Nazionale offre, come i Centri Diurni e le Case Famiglia. Enrico: A parte le differenze tra un Paese e l’altro, qual è la base comune delle Clubhouse? Francesca: Il Club è regolato dai “36 Standard Internazionali”: principi che regolano le sue modalità d’intervento. Jennifer: La prova concreta che il modello Clubhouse funziona, è replicabile e culturalmente adattabile è stata la partecipazione di 700 persone al Seminario Internazionale. Francesca: Sì, non a caso ne esistono anche in Cina, Giappone, Corea, Argentina e Gibilterra. Enrico: Cosa vi ha colpito di più? Cosa vi ha insegnato? Francesca: La dignità, il fatto che anche se una persona è malata ha molte possibilità di ritrovare degli amici, un lavoro, uscire. Jennifer: È un MOVIMENTO, è qualcosa di molto grande che sta coinvolgendo il mondo intero e dobbiamo sentirci orgogliosi di fare parte di un progetto che vuole cambiare la visione che il mondo ha sulle persone che soffrono di disturbi psichici.